Sensazioni random, ti si affollano dritte in testa e non badano a spese.
Ho bisogno di una scusa per non pensare a niente per cui qualcuno mi aiuti. Lei signorina, che mi chiede un euro a piazzale Lodi quando il semaforo è troppo rosso perché io possa scivolare via in silenzio. O lei che sta al bar tabacchi e mi saluta giorno dopo giorno dopo giorno simulando una specie di felicità comune, da condividere. Questa mattina per strada ho visto una farfalla, anzi erano due, uno di quei segreti che Milano ti dice nell'orecchio le rare volte in cui glielo concedi.
Seguo me stesso lungo i passi che muovo, uno due tre treemmezzo. Delle strisce pedonali non glie ne fraga un cazzo a nessuno. O sono io che divento invisibile? Io voglio diventare invisbile.
Elena mi mangi. Non so ancora che ti amo ma già ti amo. Mentre cammino tra la macchina parcheggiata in divieto e la scrivania zeppa di porche cose da sbrigare sono ancora me stesso, cinquecento passi che mi separano da uno stronzo che mi somiglia. Me li godo come se li gode chi prende fiato prima di infilarsi con la testa sott'acqua (non mi ricordo se le allucinazioni vengono anche a chi sta per affogare).Tutto come da programma.
E mi suona in testa quella canzone, Elena in the sky. With diamonds...
Elena mi guarda, ancora.
Fissa dritto agli occhi e affonda il suo coltello. Elena mi senti?
l-a-v-o-g-l-i-a-d-i-e-l-e-n-a
Ogni giorno la aspetto come fosse il primo. Senza Elena non c’è speranza, nelle sue mani sono una forma di plastilina molle e poco densa.
Sono due settimane che non spengo - lascio sempre lì, acceso, per ogni spasmodica evenienza...al massimo va in stop ma in genere scarica scarica scarica.
Mi alzo dalla sedia e lo stomaco mi brontola parecchio. Stasera sono in chimica, ho fumato un pezzetto dell’hashish di Javi e sto con un sacco di voglia di mangiare. Se ne avessi voglia chiamerei Poporoya o come diavolo si chiama, ci fanno un sushi che è uno spettacolo e poi la zona non offre granché. A pranzo e a cena, mangiano tutti giapponese. Con le bacchette, of course.
Sono qui in ufficio e potrei andare a casa ma non so a fare cosa non c’è nessuno che mi aspetta. Sono molto molto bipolare, cerco di nascondermi dalla vista quando sono in down. Ma dato che ti ho, in rete è più facile lamentarsi.
Io sono sempre in rete. L’amaro riscontro di una tale verità, scusatemi, ha bisogno di un minuto di silenzio. Al lavoro sono in rete, in treno sono in rete, a casa sul divano o mentre mangio sono in rete. La tastiera del computer puzza di cibo e nicotina, ha le croste ma io non gliele tolgo. Ho una specie di spugnetta di quelle che ti vendono assieme agli occ hiali nuovi, la uso per pulire lo schermo quando vado da un cliente (solo quando vado da un cliente). Un piccolo ecosistema comunque vive tra i tasti, microrganismi nascono crescono e muoiono tra una spruzzata d’alcool e l’altra.
Fallo un’altra volta, una soltanto. Ancora.
Non mi lasciare. Non puoi lasciarmi, lo decido io quando mi lasci.
Eddai Elena...
Mi vedo ridere ma non sono felice. Mi soffoca il pianto nel mio silenzio e non sono infelice. Sento molta ira.
Sei milligrammi di morfina per favore, per il dolore. Sputo sangue e febbre, sarà tubercolosi o una specie di anemia dell'anima. Di notte cammino lungo tutto il corridoio, spio nelle altre stanze perché è buio e loro non possono vedermi. A volte il pensiero mi sta addosso e ho un rigurgito, ma non vomito niente perché non ho mangiato niente.
Un giorno chiamo l’infermiera di turno, la voce rotta dai singhiozzi. Non so bene perché ho pianto, io di norma scelgo il silenzio. Le mani dell’infermiera mi spingono nel corpo un liquido del cazzo e il dolore è dappertutto, le lacrime scivolano via - una specie di urlo che sale dall’intestino e si strozza quando arriva in gola. Fa più male sotto la pelle che sopra.
La sensazione non è particolarmente forte, è un gesto ripetuto, che mi hanno già fatto chissà quante volte. Forse sono debole perché non ho mangiato. Forse il mio corpo è tutto teso in uno sforzo di assimilazione e sta cercando di recuperare, credo ci voglia energia per questo.
E qui la forza dell’irrazionalità, dell’illusione e del desiderio umano, nel figurarmi qualcuno che mi aspetta. O forse immagino, con più audacia, che la porta della stanza si spalanchi e venga un’ombra qui a salvarmi. Mi rivedo bambina e isolata, a giocare da sola con la terra, le bambole e i fogli di carta, invento storie e mi addomestico alla fantasia. Lo confesso, sono molto propensa a fantasticare, a vivere in due tre quattro realtà che mi produco in parallelo. Il fatto è che adesso dubito di potermene sorprendere.
Sensazioni si accavallano tra lo stomaco e il cervello mentre penso ai capricci della casualità che sta a capo dell’azione e del lasciarsi agire. Di dio e di me.
Ho un nodo nella gola grande come un pugno.
La strada lo hai visto è la nostra
e nulla ha il sapore che sai.
Le occhiate che scorri a quel varco
(curiose fugaci farfalle
che volano vite già nuove)
si lanciano giù, giù nei vichi:
e l'eco dei passi raggiunge la
sera, e marta ricorda che siamo
noi tutti un gran bel ritornello
che stufa alla lunga, e rappato.
Ma noi soltanto ci salvano
i nidi dei passeri di primavera,
e i cristalli di zucchero grezzo
lasciati al fondo del se.
Non abbiamo bisogno di niente.
La violenza del distacco, che già so arrivare:
effimera dolente pantomima del post datum,
se mai qualcuno la volesse scrivere.
Gli aironi di ieri hanno guadato, ognuno per sé,
le porte stanche all’Eldorado – ubiqua la notte
mi ammanta dell’ultimo futile pianto.
Ti voglio tutta dentro
Perché ogni giorno
Mi bacerai le Mani
Fredde lungo i fianchi.
Lo so non è già tua
La scelta paga: rivestirle
Di Mondi favolosi
Dove canti, sogni o dorMi
Dove seMpre cautaMente
La tua oMbra Mi appartiene
Nel percorso di quei Mari
Che nelle notti torturate
Ci conducono alla guerra.
M. - E cosa ami?
G. - Domanda trabocchetto. Che cosa devo rispondere?
M. - Non si ammettono suggerimenti.
G. - La vita. Poi, chi se la beve a sorsi giganti. Tu?
M. - Amo, punto. E già questo è una fortuna. Amo i ricordi, il futuro, il presente. Amo le immagini riflesse sull'acqua. Amo i cinque sensi. E il sesto e il settimo. Amo chi mi fa sentire di amare. Anche per un istante.
G. - Panico. E dopo l'istante che succede?
M. - Amo ancora e ancora. Finché gli istanti diventano minuti. E i minuti ore, o l'illusione di un eterno.
G. - Credi sia possibile questo, l'eternità?
M. - In bilico tra credo ed illusione. C'è bisogno di un abbraccio, per rimanere sopra il filo. E camminarci sopra.
G. - Mi permetto una domanda. Se l'amore è un esercizio senza rete...chi ci salva, dopo?
M. - Ci salva la voglia di sentirci ancora su quel filo. La vita è uno spettacolo e io voglio il palco.
G. - Mi preferisci regista o attrice?
M. - ...
G. - E se per l'ansia mi scordo le battute?
M. - Non so. Sei fantastica quando improvvisi. E tu come mi vuoi?
G. - Al centro del palco. Sempre. Una luce posta sullo sfondo disegnerebbe il tuo contorno. La curva delle braccia. Io starei a guardare.
M. - E se dobbiamo baciarci?
G. - Ci sarebbe quella tensione splendida. Il tempo che si ferma.
M. - Come sempre si ferma.
Al rientrare svelto e muto
Tra le cupole e i veleni
Cerco un alibi rapace
Che mi giudichi il presente.
E' l'amaro bieco o un fosso
A inciamparmi dentro i sensi
La coscienza finta(mente) lei riposa
Senza fumo o sbandoinganno.
Con la voce mia commossa
Dalle accuse dei saccenti
(In)distintamente senza
Affanno mi domando -
Se l'amore è un'altra cosa.
            Nell'ora esatta
Senza vento
            Tra una siepe e il mio ricordo
Le domando spettinata
            Che sarà dell'innocenza?
Scendi a patti con la luna
            Mi risponde tristemente:
Borghesi siamo tutti
            Don Quijote lui è perduto
Muto è il grido del suo ventre.
Il perdono dicevi
Io lo voglio adesso. Perché
Sono l'amante insanguinato
Che ti stringe a un petto abietto
Nella vana vuota vile
Vieta stinta speme che l'amore
Abbia un suo fine.
Redentore Dio Nemico
Per chi suona il mio sorriso?
La tua bocca già non morde
Nella sete del giudizio
Sei la morte sei la Venere
Dell'aereo fio suo vizio.